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Esisteranno ancora gli expat?

In questi tempi di incertezza la domanda è lecita.

Oggi come oggi prendere un volo anche solo il tempo di un week end pare al limite del surreale, pensare di installarsi dall’altra parte del mondo sembra quindi impossibile.

Sono partita e atterrata tante volte, con il mio bagaglio di paure e con una piccola serie di sicurezze date dall’attenta preparazione del nostro arrivo in un paese nuovo.

Negli anni non ho mai pensato che essere espatriato potesse diventare una condizione difficile e quasi spaventosa.

Sono partita e nel tempo ho affinato le mie tecniche di preparazione ad ogni atterraggio,  sempre con curiosità, un filo di paura e la certezza che se fosse andata male avrei fatto un passo indietro.

Ma questo era prima, prima che un virus sconosciuto ci catapultasse nel più surreale dei film di Hollywood, con la popolazione mondiale come terrorizzata protagonista.

Ma cosa succederà adesso che la situazione attuale ha messo a nudo le nostre fragilità, che le distanze si sono mostruosamente allungate, che vivere lontano per tanti ha preso contorni più duri?

Cosa ne sarà degli expat seriali che hanno fatto dello spostarsi il loro modus vivendi, che hanno sempre visto il mondo molto più piccolo di quel che è?

Quanti vorranno rientrare? Quanti saranno ancora pronti a partire e ripartire?

La crisi economica che deriverà dalla pandemia porterà sicuramente molte aziende a ridurre la forza lavoro inviata all’estero, a ridimensionare i succosi pacchetti espatrio, a mandare in giro forse meno famiglie e più single, per ridurre i costi.

Tanti expat sono sul punto si rientrare spaventati dalla situazione nei loro paesi d’accoglienza e spaventati dalle frontiere che si chiudono, i voli che vengono annullati uno dietro l’altro, le restrizioni che nell’immediato futuro impediranno loro di poter andare e venire liberamente.

Le famiglie lontane pesano ancora di più in questo periodo.

La paura di perdere persone care e di non poter essere lì a metabolizzare il lutto perché il mondo si è fermato, è qualcosa di spiazzante e non sarà facile dimenticarlo.

Se fino ad oggi la vita all’estero, un po’ esotica, a volte leggermente ai limiti della vita vera, affascinava, forse adesso affascina molto meno.

Sono stati messi a nudo i risvolti peggiori del vivere a migliaia i chilometri di distanza, tagliati fuori, nel vero senso della parola, dalle nostre famiglie d’origine, dal nostro paese, da tante certezze.

È facile scegliere di partire all’avventura quando tutto gira allegramente per il verso giusto, quando si sa che c’è sempre un aereo pronto a riportarci indietro il tempo di una vacanza, quando l’avventura è allegra scoperta del nuovo mondo, senza la paura di essere intrappolati lontano senza via di scampo.

Tanti diranno di no, tanti vorranno rientrare, tante aziende ritireranno offerte o faranno imballare tutto per precipitosi ritorni a casa.

Traumatizzante chiudere un capitolo di vita all’estero in questo modo, traumatizzante ripartire in queste condizioni, senza aver potuto godere fino all’ultimo della nostra vita, assimilando quei piccoli dettagli che aiutano a chiudere il cerchio di un espatrio.

Ogni partenza va assimilata lentamente e chiudere una pagina in modo brutale, lascerà per sempre un senso di incompiuto.

Il mondo espatrio avrà una geografia tutta nuova dopo la pandemia, più instabile, meno leggera.

Più instabile perché ci vorranno anni prima che l’economia ritrovi il suo ritmo.

Meno leggera perché per la prima volta ci siamo sentiti intrappolati nei nostri paesi d’accoglienza, consci del chissà quando potremo rivedere certi affetti, del chissà quando sarà di nuovo possibile quello spostarsi continuo da una parte all’altra del mondo al quale siamo abituati.

Certo di fronte al dramma globale, la condizione di noi girovaghi può non interessare, può far sorridere, come spesso d’altronde, gli espatriati visti come bambini viziati e capricciosi non hanno diritto alla lamentela, devono stare buoni e zitti nelle loro vite dorate (che non esistono ma che troppo spesso fanno parte dell’immaginario collettivo).

Ma questi espatriati, la loro forza lavoro, le loro conoscenze arricchite da un continuo spostarsi, il loro bagaglio di esperienze che aumenta ad ogni nuovo lavoro in terre straniere che si susseguono, sono un bene prezioso per le aziende, sono quella marcia in più che rendono le società globali e non locali.

Un’azienda senza un mescolarsi di culture diverse al suo interno, si ritroverà spogliata di un qualcosa di necessario nelle nostro mondo contemporaneo, in cui la differenza è la base della ricchezza.

Torneremo a partire, arrivare, traslocare, scegliere case e scuole, passare notti insonni nell’attesa del prossimo volo, torneremo a farlo perché il mondo merita un mescolarsi di culture, persone di razze e lingue diverse che lavorano uniti, che pensano all’unisono, che mettono insieme tasselli per rendere il futuro migliore.

By Giulietta

giulietta saconney

Ama – Famiglie in movimento